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Fake News, Real World

By dicembre 14, 2016 One Comment

Notizie false, soluzioni concrete. Così con questo spirito ho deciso di affrontare l’immensa e affannosa questione delle bufale online.

La questione è tornata di moda dopo l’elezione di Trump in U.S.A., anzi dopo un articolo di BuzzFeed che riportava come ci sia stata una rete di siti web dall’Europa dell’est che abbia lucrato grazie alla diffusione di notizie false in ottica pro-Trump.

Ma cosa possiamo fare per evitare il diffondersi di questo tipo di contenuti?

Ho raccolto in sei punti alcune indicazioni utili, dettate dall’esperienza (di studiosi e alcuni giornalisti) e non:

  • Se il sito finisce in “.com.co” controlla la notizia, spesso è una bufala
  • Non ti fermare al titolo, leggi tutto l’articolo!
  • Controlla che il sito abbia una sezione “About Us” o “Chi Siamo” e cerca di capire chi sta parlando (chi è la fonte).
  • Controlla poi che chi parla esista davvero, fai una ricerca su Google o Wikipedia.
  • Se la storia che stai leggendo ti fa davvero imbestialire o comunque suscita in te forti sensazioni (magari polarizzate verso un aspetto o un altro) è un altro campanello d’allarme. Cerca quindi la notizia su altri media, se la trovi anche su altre testate può anche darsi che sia vera, al netto degli accorgimenti di cui sopra, altrimenti fermati prima di condividere o commentare.
  • Fai attenzione alla grafica: spesso poca cura degli elementi visivi infatti è indice di siti web amatoriali e aumentano la possibilità di veicolare bufale. E sì, se i titoli sono tutti IN MAIUSCOLO c’è un’alta percentuale che sia una bufala.
  • Ripeto: cerca la notizia su altre testate che sai essere affidabili se non sei sicuro/a di quello che stai leggendo.

La lista completa dei punti di cui sopra (che sono stati rivisti da me), la trovi qui e quella originale è di Melissa Zimdars professoressa di media e comunicazione in Massachusetts che ha lavorato non poco per questa lista citata da più parti (per onore della cronaca non è stata la prima). Per ora in continuo aggiornamento.

Se sei invece dall’altra parte della barricata, di chi produce notizie, ho trovato molto utile queste regole condivise su Facebook dal Festival Internazionale del Giornalismo che ritrovi in inglese:

  • Come sai che è vero?
  • Che vuol dire davvero quello che stai scrivendo?
  • Chi altro conosce la notizia?
  • C’è un altro punto di vista da valutare?
  • Quello che racconti è sempre stato così?
  • Chi ci guadagna con questo stato delle cose?
  • Che motivi ci sono perché la tua fonte ti dica quello che ti sta dicendo?
  • Quello che ti viene detto è qualcosa di ragionevole?
  • La persona che ti rilascia la dichiarazione è disponibile a dare spiegazioni su quello che dice?

Balza subito agli occhi nelle due liste che il controllo delle fonti rimane un comune denominatore tra le due posizioni.

Una volta suggerite le azioni da fare, facciamo un passo indietro e ricapitoliamo un po’ di elementi.

Perché tutto questo?

Spargere bufale in giro per il web porta molte visite, soprattutto se queste informazioni polarizzano le opinioni, sfruttano temi sentiti (il Referendum Costituzionale). Lo scopo è, manco a dirlo, avere più visite possibili e generare profitti con la pubblicità online ospitata sui siti che veicolano le bufale. Molti ci riescono.

Come funziona il mercato delle bufale?

Pensa a una scena che credo avrai vissuto più volte: nel leggere una notizia provi quel senso di rabbia, o di stupore, o di disprezzo, o di morbosità che ti spinge direttamente a condividere quella notizia. Questo è dovuto alla priorità delle emozioni sui Social Media, rispetto ai fatti.

Diverso tempo fa parlai dell'”Homophily”, quel processo cioè che vede gli essere umani circondarsi di persone che consolidano la medesima visione del mondo. Succede così anche per le notizie, o meglio, per le fonti di informazione che scegliamo. Leggiamo molto più volentieri un giornale online che consolidi la nostra posizione, o la riveda. Più faticoso, meno facile quest’ultima operazione.

Se a questo si aggiunge la caratteristica del posizionamento su Google che predilige i contenuti che ottengono link in entrata, diventa facile capire come, con una rete di siti web che si linkano a vicenda, si possa creare una cerchia di influenza su una determinata area tematica.

L’effetto delle bufale sulla vita di tutti i giorni

Le testate tradizionali e i gruppi editoriali che producevano notizie e lo fanno ora online, sono tra i contenuti più consumati e godono tutt’ora di maggiore credibilità rispetto agli altri (blog, aggregatori). Proprio questi ultimi però hanno sottostimato o ignorato le conversazioni che avvenivano in quei posti nati dalla Rete, nelle pagine Facebook tipo: “They have names like Occupy Democrats; The Angry Patriot; US Chronicle; Addicting Info; RightAlerts; Being Liberal; Opposing Views; Fed-Up Americans; American News” e così via.

Sembra quindi che una parte delle istituzioni dell’informazione non abbia monitorato, né considerato le conversazioni “sotto traccia”, o meglio quelle che si sono tenute in ambienti non istituzionalizzati come le grandi testate e/o i grandi centri media.

Non è tutto. Le notizie false non sono solo una “deformazione” che influenza (male) le decisioni politiche, ma anche la vita di tutti i giorni, compresa quella dei migranti che, per colpa di esagerazioni o notizie completamente false, subiscono atti di violenza.

In Germania questi hanno portato atti di violenza contro un esponente politico basati sul nulla. O meglio: su una notizia falsa.  Purtroppo non è stato l’unico episodio, in particolare contro le persone non comunitarie, o non tedesche. Tanto da spingere un gruppo di volontari a mappare tutti gli episodi di questo tipo generati dalle notizie false (ad oggi conta 435 casi).

In tutto questo pare infatti che nel caso specifico i tedeschi siano particolarmente propensi a credere a questo tipo di bufale (legate ai migranti). Un’analisi tedesca si fa presente come, sebbene molti (tedeschi) siano a favore delle politiche di accoglienza in tema di immigrazione, questi sembrano anche molto propensi a credere alle bufale, come si vede dalla mappa citata sopra.

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Ok, in Italia?

Beh da noi non ho notato particolare interesse alla cosa, pochissimi articoli sono usciti nel merito (se qualcosa mi è sfuggito chiedo venia e provvederò a correggere, ma per ora tant’è). Mi pare che invece abbia tenuto banco la storia della rete di siti web legata al M5S come fabbrica di disinformazione (sul quale non spenderò neanche una parola).

Facendo una ricerca si possono notare articoli che vogliono fare tutto meno che spiegare il fenomeno. Repubblica si lancia contro i Millennials citando uno studio che spiega come anche questi non riconoscano una notiza vera da una falsa (partendo peraltro dall’assunto Millennials=genio dell’internet intero. Rafforzando così l’idea del “so usare lo strumento, quindi sono un esperto dello stesso”); interessante un articolo de “Il Fatto Quotidiano” che comunque non offre un serio approfondimento sul tema; Il Post fa una panoramica su quanto è successo spiegando le iniziative di Facebook e Google; Che Futuro! parla delle bufale che hanno avuto un ruolo importante nella vittoria di Trump, niente più.

Non si fa neanche menzione delle lamentele sulla questione portate avanti da Matteo Renzi di fronte a un meeting europeo con Merkel e Obama tra gli altri. Con tanto di dichiarazione della Boldrini.

Laura Boldrini, the speaker of the lower house of Parliament, said she had no information about whether the Five Star Movement trafficked in fake news or promulgated Russian propaganda. But she did say it was a growing problem in Italy.

New York Times

In quasi tutti gli articoli citati sopra ci si fossilizza sulle contromisure che i vari media, o distributori di notizie (Google, Facebook), hanno dichiarato di voler implementare. Rimanendo fermi allo strumento, non al metodo né considerando una visione più ampia del problema.

Abbiamo la soluzione a tutto questo?

La buona notizia è che sì, ce l’abbiamo. La cattiva è che probabilmente la questione è nelle mani dei giornalisti (sì, loro).

Filtri e selezione delle notizie hanno sempre fatto parte infatti del lavoro del giornalista e, più in generale, dei media (che mediano, filtrano, per l’appunto, la realtà selezionando quello che è rilevante – per loro… -) ed è probabilmente la strada migliore che abbiamo ora e su cui Facebook pare si stia concentrando (condizionale d’obbligo). Erano circolate altre voci su una possibile implementazione di un servizio di alert che evidenziasse nel nostro feed le notizie considerate false (quella linkata in realtà è una notizia poi smentita in un secondo articolo sempre di TechCrunch. Trovi tutto in fondo all’articolo), per esempio.

As a media company, I would assign social journalists to work on Facebook, Twitter, et al not to promote my own damned stories but to find what people are curious, wrong, and confused about and to bring them journalism. We are concentrating on the wrong end of this. There will always be fake news, lies, and politicians and they will go together. It’s our job to make true news and nurture it.

Jeff Jarvis

Non ho citato Facebook a caso però: se fosse lui l’arbitro nel giudicare cosa è vero e cosa è una bufala avremmo un altro problema, gigantesco.

Nel lungo periodo si potrebbe pensare ad una “grammatica della bufala” (ok titolo ambiguo, ma ci siamo capiti) da sviluppare analizzando prima le tipologie di bufale presenti per poi capire come riconoscerle e quindi sviluppare un sistema in grado di segnalarle (alla stregua di come succede per lo spam delle email per esempio). Questa è la strada suggerita dal Columbia Journalism Review (la pubblicazione online della famosa scuola di giornalismo Newyorkese).

Al contempo potremo pensare di “inondare la Rete di buona informazione“, ma questo presuppone che la “buona” informazione sia prodotta da qualcuno con tutti i crismi per farlo (hint: no, non basta essere un giornalista professionista).

Lo stesso Jeff Jarvis suggerisce un lavoro in concerto tra i giornalisti e Facebook, Twitter e le altre piattaforme. L’obiettivo è semplice quanto complicato: parlare la stessa lingua di chi queste piattaforme le bazzica e sulle quali le notizie viaggiano al ritmo di un click. Il tutto senza lamentarsi di Facebook, senza piangersi addosso, lavorando sodo con etica, trasparenza, tempo a disposizione per approfondire. Questo forse è il problema dei problemi.

Per tutto il resto valgono le regole a inizio post.

 

Se ne vuoi sapere di più:

Il Columbia Journal Review e la descrizione delle diverse tipologie di Fake News.

Il New York Times Magazine con i siti di notizie false da evitare.

Jeff Jarvis e le sue indicazioni per combattere il fenomeno.

Cosa sta facendo Facebook?

L’articolo di Business Insider

Il plugin che in realtà non è di Facebook (notizia corretta infatti con un’altra successiva)

Le collezioni di notizie curate da Facebook in stile Snapchat Stories

Buzzfeed dossier:

Le Fake News che sorpassano le “good news”

Riusciamo davvero a riconoscere la differenza tra fake news e non?

I 5 Stelle e la fabbrica del fake in Italia

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